Ritrovamenti.

Salerno, Trentino Alto Adige, Matera, Belgio.

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Le fotografie sono come le madeleine di Proust.

Ed eccomi qui dopo parecchio tempo.

Vorrei dedicare questo post a Gemi.

Questa che vi racconto è una storia, che riguarda qualcuno molto speciale per me e del nostro legame. Io in questo blog mostro le mie fotografie per comunicare ciò che sento, dunque in modo alternativo alla scrittura, ma ciò non mi nega di scrivere.  Oggi scrivo.

Era un coniglio di razza Ariete ,chiamato così a causa delle buffe orecchie rivolte verso il basso. Fu proprio questo particolare a colpirmi all’età di quasi sette anni nel negozio di animali. Infatti mi trovavo lì con mia madre poichè le avevo chiesto per il compleanno come regalo di avere un cucciolo di cane, che desideravo da tanto tempo (la mia prima parola è stata “bau”).Mia madre mi rispose che un cane era troppo impegnativo, ma che mi avrebbe permesso di prendere un coniglio. Mancavano poche settimane al mio compleanno ed ero felicissima .Ricordo in quella brutta vetrina dove tengono quei poveri animali la mamma degli innumerevoli cuccioli, che era enorme per me , e a causa della mia bassa statura riuscivo a malapena a vedere solo lei, così mamma mi prese in braccio e decisi all’istante che avrei voluto uno di quelli, così dicemmo che  saremmo andati a prenderne uno qualche tempo dopo.

Il mio compleanno passò, e anche di parecchio e dopo tante belle lamentele di quelle che sanno fare bene i bambini per farsi odiare tornammo al negozio. Come era prevedibile, d’altronde, ne era rimasto solo uno della cucciolata e sicuramente non perchè avevano aspettato che lo andassimo a prendere noi, ma perchè era l’unico con una ferita sulla testa senza pelo e probabilmente per questo tutti lo avevano scartato..ciò che disse la commessa  lo confermò. Infatti io e mamma notammo la ferita e chiedemmo cosa fosse e lei subito rispose “è una piccola ferita ma se non lo volete ce ne sono tanti altri però non sono della stessa razza, anche altre persone hanno fatto così!”

Quella risposta fu bruttissima e senza esitare dissi che volevo lui, e quando la ragazza mi chiese conferma per assicurarsi che ne fossi sicura dissi ” SI”.

Aveva all’incirca quattro mesi quando lo portammo a casa quel giorno (o almeno così ci dissero, anche se non so quanto fosse affidabile come cosa dato che avevano anche sbagliato a dirci il sesso e lo scoprii in modo davvero imbarazzante)

Era stato riposto in uno scatolo di cartone con dei fori, ricordo che quella fu l’unica volta in cui riuscii a prenderlo in braccio senza che si dimenasse, probabilmente, come intuii subito, era terrorizzato .Lo posai nella gabbietta in fondo alla cucina, davanti al termosifone e quel giorno iniziammo a conoscerci, e di lì sempre di più.

Passavo pomeriggi interi a controllare se stesse bene, peggio di una mamma apprensiva, non gli facevo mancare mai nulla, cercavo di poterlo lasciare libero se non per casa per la cucina almeno (che divenne presto il suo piccolo regno) in modo che non stesse richiuso in gabbia. Poi mi abituai e allentai la presa, mi abituai a camminare senza aver paura di pestargli una zampa, mi abituai alla sua presenza, ai suoi movimenti, conoscevo i suoi nascondigli come quello sotto al mobile della cucina d’inverno, disteso nei punti dove le mattonelle erano calde perchè il riscaldamento era acceso.

E così sono passati i giorni poi i mesi e poi gli anni, all’incirca nove ,i quali sono stati resi migliori grazie alla sua presenza, al suo supporto nei miei momenti difficili di bambina, il suo particolare modo di dimostrare affetto. In certi momenti mi ha davvero aiutata tanto, forse  inconsapevolmente , ma lo ha fatto. Ero arrivata al punto tale da dichiararlo il mio Vero amico, di cui mi potevo fidare ciecamente , bastava ricordarmi che non fosse una persona per rendermene conto. Gli ho raccontato tante , tante cose mentre lo accarezzavo quando riposava rannicchiato nella gabbietta che era diventata un rifugio o mentre gli facevo compagnia distesa accanto a lui per terra. Chissà se quei momenti gli sono tornati in mente nonostante la sua mente fosse offuscata dal dolore nei giorni che hanno preceduto la sua morte, giorni in cui ho rinunciato a svolgere molte cose che avevo il dovere di fare per stare distesa accanto a lui, che ormai diventava sempre più freddo ,avvolto nelle coperte di pile e lana davanti la stufa. Avrei voluto passare accanto a lui anche la notte in cui è morto, ma ero sfinita fisicamente ma soprattutto psicologicamente per ciò che stava accadendo, così la stanchezza mi vinse , dormii nel letto.

Era il quattro di Dicembre del duemilaundici, il risveglio fu terribile. Passai la giornata a piangere nel letto cercando di calmarmi e soffocare le mie urla, il cuscino era zuppo. Era domenica e i miei genitori mi proposero di portare il suo corpicino senza vita in campagna assieme ai miei fratelli, dove abbiamo una casa, per seppellirlo. Io non ne ero in grado, non ce la facevo, così rifiutai l’offerta. Quella mattina vidi il film “La collina dei conigli” che riusci a farmi sfogare un po’.

I giorni successivi furono molto brutti, la mia mente era altrove e non riuscivo a svolgere pienamente ciò che facevo di solito tutti i giorni, ma il tempo è passato e passa ancora e ormai mi sono rassegnata all’idea che lui non ci sia più. Ho iniziato a fare sogni collegati all’accaduto e per un po’ le notti tra il 3 ed il 4 di qualche mese l’ho sognato.

E siamo arrivati direi al momento delle foto, anzi per il momento è La foto , per la vostra felicità (?)

Sono le fotografie come questa che mi aiutano a non dimenticare mai il suo pelo morbido, le guance paffutelle e soffici come l’ovatta, gli occhi socchiusi quando lo accarezzavo ai lati del muso..ma soprattutto con fotografie come questa mi sforzo di ricordare la sensazione tattile  che provavo a contatto con il suo pelo ma che, purtroppo, svanisce col tempo sempre più, ma l’importante è che ricordo la sensazione interiore. Ecco perchè le fotografie sono come le madeleine di Proust.

Questa è la storia,  raccontata in qualche rigae scusate se vi è sembrato che ce ne fossero alcune di troppo. E’ una sorta di mia dichiarazione d’affetto e d’amore.

Il giorno in cui ho realizzato di averlo perso non c’è stato un addio, ma un arrivederci.